Prossimità è femminismo e lotta all’emarginazione

Le donne, e tutti coloro che ancora oggi vengono emarginati anche nella nostra città, ci insegnano una cosa fondamentale: l’importanza delle reti sociali e delle relazioni personali.

Poter contare sull’aiuto di amiche, parenti, vicini, è sempre stato l’ancora di salvataggio per molte donne impegnate, da un lato, nel difficile equilibrismo tra lavoro d’ufficio e lavoro di cura, dall’altro a resistere alle discriminazioni e alle violenze che ancora gli sono riservate.

La sfida, oggi, non è arrivare a una felice conciliazione per le donne, non esistono ricette per la felicità e soprattutto non esiste conciliazione felice che non si basi su soluzioni individualizzate (e quindi politicamente anestetizzanti), private (e quindi orientate al mercato), discriminanti (perché a beneficio di una minoranza e spesso prodotte da una maggioranza sotto tutelata).

Tutto ciò ci impedisce di immaginare in modi nuovi lo spazio urbano e continua a negare la nuova e, ogni giorno, più evidente realtà sociale che è composta non solo da famiglie tradizionali ma anche da coppie omosessuali, famiglie monogenitoriali, single, transgender, multietniche. A tutti loro noi dobbiamo delle risposte.

Gli spazi non devono essere ripensati per le sole donne, perché non è alle donne che deve spettare il compito della conciliazione, e non devono essere pensati solo per le famiglie perché tutte le relazioni intime sono e devono essere considerate importanti.

Le Case di Comunità, la rigenerazione dei luoghi, gli spazi di coworking, la promozione di attività culturali e sociali diffuse, le esperienze di coabitazione sociale, la ripianificazione urbana, la costruzione di nuove reti di comunità locali sono tutti elementi che hanno senso se inquadrati nell’obiettivo più ambizioso di dare risposte pubbliche, collettive e collaborative a problemi individuali, di non limitarsi a rimescolare le carte ma di far crollare l’edificio per ricostruirlo.

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